SCRIVERE PER L'ANIMA

 

Il primo gioco

 

Si nasce e si vive all’ombra di un patto. Dimenticare di aver dimenticato la verità. È come un doppio vetro, che offusca una vera luce e oltre il quale non arriva più un dato suono.

Così, Leno aveva vissuto l’infanzia in un mondo dove qualcosa di essenziale era stato tolto. A lui, a tutti quanti. Questa mancanza era il primo vetro.

Questo primo insostenibile dolore, simile ad una amputazione, creava il desiderio impulsivo di sottrarvisi, rifugiandosi nell’adesione incondizionata a convinzioni così radicali da giustificare, rendendola sopportabile, quella prima dilaniante mutilazione. Queste convinzioni erano il secondo vetro.

Leno aveva precocemente imparato che se ci si lacera nel dolore senza sapere il perché, si becca il veleno, ossia la profonda delusione di chi ci circonda. Prima nella forma della loro infelicità e poi, se non si demorde, nella forma di velenosi farmaci, eccelsi rimedi per inopportune e seccanti malattie. Meglio evitare la prima, figuriamoci i secondi. Ma non per tutti è possibile.

Forze, grezze e inconsapevoli, giocavano ruoli importanti nel rimuovere le segrete tracce di quel lontano dolore, e la continua vicinanza di morte e sangue che trapelava dalla bottega da macellaio della famiglia giocò per Leno da inestimabile sorgente di puro veleno. Un distillato di eccellenti ebbrezze, fatte di inconsapevole oblio, violenza e durezza.

Un giorno di quella infanzia sarebbe stato di grande lezione per ogni carnivoro. Come capì solo molto tempo dopo, quella sofferenza fu anche un protettivo sigillo di rara inespugnabilità.

Con la pazienza che a volte i bambini hanno, Leno imparò che ‘dimenticare’ coincideva con ‘vera felicità’, ed era il biglietto vincente per accedere ad una certa tranquillità e soddisfazione. L’operazione sarebbe quasi riuscita, se non fosse stato per quello stupido corpo che lasciava affiorare inopportuni segnali.

E allora, via! A vomitare il cibo, per i primi anni di vita e ad ammalarsi di bronchite cronica, poi miracolosamente passata al primo giorno di: «Facciamo finta che non sia malato e mandiamolo a giocare!»

Da dove spuntò quel famoso specialista che tutti consigliarono? Come mai aprì uno studio vicino alla loro abitazione? Perché di lui non seppero più nulla?

Sia Leno che sua madre, ancora oggi, ricordando, si guardano interrogativi, approdando solo a vaghe ipotesi.

Quel dottore calmò l’ansietà di mamma Carla in pochi minuti mentre, silenzioso, scorreva la cartella clinica, aggiungendo alla fine: «Gli faccia mangiare tutti i gelati che vuole!»

Il suo perentorio parere fu come una iniezione di inaspettata speranza che liberò Leno da una angosciante esistenza.

Spesso, lo ricordava con un sussulto di riconoscenza. “Ah! Caro vecchio dottore, grazie! Ovunque tu sia!”

Leno iniziò a tirare la gonna della madre, appena fuori dall’ambulatorio. Il sorriso, stampato in viso, scintillava come una insegna al neon, annunciando l’approssimarsi della gelateria sulla strada di casa.

Il primo gelato. “Fantastico!”

Una meraviglia misteriosa e gocciolante che, nei primi sei anni di vita, aveva solo guardato con invidia nelle mani di altri bambini.

Il giorno seguente, Leno ebbe il via libera per correre e sudare. “Giocare con gli amici, che salvezza!”

Per loro, i fratelli della grande sventura, avrebbe dato la vita. Avevano il profumo di quel fresco dolore che era bello superare, giocando e giocando.

Anche la digestione del cibo migliorò e conobbe un po’ di ‘normalità’.

La bronchite cronica sparì. Un miracolo.

Meno facile era la scuola. Gli appariva come un centro per la programmazione alla finta gioia, che doveva coincidere con ‘confermare, civilmente, la correttezza di un mondo che va a rotoli’.

Per Leno, tutto rovinava quando doveva ingoiarsi una menzogna, e ogni inconsapevolezza ne generava molte. Aveva anche un fratello di sangue, Mauro, più vecchio di un anno, per il quale sembrava non esistere e con il quale erano più frequenti gli scontri che le complicità. Lo amava, ma non sapeva come dirglielo.

Di tanto in tanto, faceva il giullare, lo divertiva farlo ridere ma, in cambio, riceveva solo durezza. Lui, Mauro, scienziato a sei anni, era attratto dal sapere e dalla musica classica. Lì, aveva costruito la sua inespugnabile fortezza.

“Come si fa a vivere, sapendo che ti hanno mutilato, in paese di mutilati, dove tutti sono certi di non esserlo?”

 “Dove tutti si atteggiano ad esperti conoscitori di qualche accettabile verità, sulle ragioni di tali mutilazioni? Tutti incapaci di stupirsi con qualche, fondamentale, comprensione?”

Leno spesso pensava che, forse, era proprio da lì, dalla profonda condizione di inconsapevolezza in cui siamo gettati, che nasceva un desiderio, inarrestabile, di liberarsi, di aprire gli occhi.

“Ma liberarsi, da che? Aprire gli occhi, su che cosa?”

Fu così che, nel ricercare queste risposte, Leno iniziò, quasi involontariamente, quel gioco di tentativi, di azzardi e di scommesse che, a volte, prima di conoscerne l’esito, anche solo parziale, costano una vita intera.

Per Leno, tutto odorava di grande ingiustizia, di sottile crudeltà, che si celava dietro ogni vita, la peggiore ed anche la migliore. Che si celava, dietro la vita.

Rimase fermo quando, un giorno, il compagno più violento della classe lo prese a pugni in faccia. Lo guardava dritto negli occhi mentre veniva percosso. Le lacrime gli rigavano il viso. Leno lo fissò sino a che anche l’altro pianse.

Aveva sette anni. Era tutto ingiusto.

Era ingiusta quella violenza, ma era anche ingiusta la rabbia che abitava quel compagno. Non avrebbe dovuto esserci, ma c’era.

 

 

 

 

Inizio

 

Dopo una di quelle meravigliose, scenografiche visite di Santa Lucia, che i genitori prepararono con amorevole dedizione, Leno ricevette un agognato regalo: una cassetta di colori ad olio.

Amava disegnare. Gli dicevano che era bravo, lui non capiva.

L’aprì, come si apre lo scrigno di un inestimabile tesoro. Organizzò un foglio.

I pennelli danzarono sui colori e una meravigliosa alba emerse misteriosamente.

Un sole raggiante, arancione, saliva in un cielo turchese, che sembrava spostarsi per riverenza, mentre due monti ai lati sostavano miti, imbarazzati della loro stessa, corporea, presenza.

Lo stupore di Leno non poteva essere misurato, non aveva mai visto tanta bellezza uscire da una sua azione.

Prese il foglio, con sacrale attenzione, come timoroso che i colori potessero ancora confondersi e la magia svanire.

Si avvicinò a suo padre e, come chi porge una pozione guaritrice ad un moribondo, gli mostrò quel miracolo, nella certezza che, alla sua visione, il padre avrebbe ricevuto una sorta di benedizione.

Stizzito, suo padre lo allontanò.

«Non ora. Ah, sì! Bello…», disse, e se ne andò.

Leno ritornò al tavolo, richiudendosi su quel foglio, impegnato a non ripetere più quell’umiliante e dolorosa esperienza. Non sapeva perché fosse così penosa, ma era certo della sua ingiustizia.

Aveva dipinto la sua anima, nella speranza che diventasse visibile, come avrebbe dovuto essere nel mondo della Verità.

Ma si trovava in un mondo diverso, doveva ancora convincersene.

Leno capì che doveva stare fermo, in un luogo riparato, dentro sé stesso, ad osservare.

Non era una scelta, ma era tutto ciò che poteva fare, forse la migliore cosa che potesse fare. Quando si muoveva e agiva, c’era il rischio di ferire, di ferirsi. Leno osservava questo gioco dentro e fuori di sé.

Fu alla stessa età che, un mattino, ebbe un sogno.

Una entità infernale, con ferocia inaudita, gli usò una perversa violenza impregnando ogni particella del suo essere di un terrore velenoso.

Quel demone aveva il volto di suo padre. Quella mattina, la sua vita sfiorì.

Fu come entrare in uno scafandro, una sorta di contenitore che lo rendeva insensibile e meno vulnerabile, ma che era anche il luogo della disfatta e della perdita.

Era come immergersi in una consistente tristezza, per salvare la speranza di una vera vita.

Come seppe molto tempo dopo, il periodo di una certa protezione interiore era terminato.

Ora era affidato totalmente a quella famiglia.

Leno stava assorbendo, a fatica, l’atmosfera di quei contenuti inconsci, rimossi da intere generazioni e che, di vita in vita, in ogni infanzia vissuta, avevano creato il loro devastante effetto.

Questa comune inconsapevolezza metteva di fatto tutti nello stesso treno di ripetuta violenza, divisione e durezza. Più avanti capì che ogni uomo è il peggiore degli uomini: chi lo realizza si disarma, mentre chi non lo accetta rimane armato.

Leno credeva in quel Cristo di cui don Mario parlava ogni settimana, di cui zia e nonna gli leggevano. Non solo credeva in Lui, gli era necessario, lo respirava, lo beveva, lo amava.

Aveva bisogno di sapere che qualcuno era rimasto là, oltre la menzogna, in una bontà che a lui risuonava lontana e impossibile, ma che era la sola ad avere un senso e senza la quale la vita diventava solo il suo opposto. Questo amore lo aiutò a resistere.

Ma le tempeste, ahimè, non si annunciano mai in tempo, e così don Mario un giorno pensò bene di invitare Leno a giocare a calcetto.

Nonostante lui avesse declinato l’invito, dichiarando la sua inabilità al gioco, don Mario insistette, sino a che Leno accettò con la segreta gioia di sentirsi complice di quello speciale adulto.

Don Mario, infervoritosi nella competizione, non tardò a svelare il lato oscuro di sé e si mise a insultarlo e deriderlo per i suoi errori. Fu un gioco impari, fatto di inconsapevoli bassezze.

“Come potevano stare insieme le due cose?”

“Come poteva, qualcuno, toccare le corde più intime del suo cuore e razzolare al contrario? “

E così, forte della durezza appresa in famiglia, ne fece arma per far fronte ad altrettanta durezza. Le porte dell’oratorio, che Leno chiuse per sempre alle sue spalle, divennero mura di protezione dalla più grande delle ipocrisie.

 A dieci anni iniziò, così, la ricerca della Verità, di cui non conosceva niente. Leno sapeva solo che la sua inesistenza gli era intollerabile.

Si trovava là, dietro quelle parole predicate migliaia di anni prima, ma sembrava non abitare più il mondo. Almeno non il suo.